‘una bicicletta può
fare’ doveva essere, nelle mie intenzioni narrative di qualche
giorno fa, un post di natura ben diversa, soprattutto prettamente
teorico. Invece gli episodi degli ultimi due giorni si sono prestati
per un racconto ben diverso.
C’è chi pensa che la
vita del ricercatore universitario di antichistica sia di una noia
mortale, una vita passata chiuso in buie biblioteche, lontano dal
contatto umano e connotata da scarsa attitudine allo sforzo fisico.
E lo pensiamo anche
noi stessi ricercatori di antichistica, così tanto che solo quando
raccontiamo alcuni aneddoti del nostro lavoro ci rendiamo conto che
alles ist anders.
La verità è tutta un’altra storia.
In estrema sintesi: è una coppetta di
silicone che si inserisce all’inizio del collo dell’utero e
raccoglie il mestruo (non lo assorbe), e va vuotata durante la
giornata. Si utilizza per 10 anni.
Navigando sul web si può anche esser
tratti in inganno e ci si può convincere che sia difficile da usare,
scomoda o dolorosa.
Prima di comprarla mi ero tanto
documentata su forum e con qualche amica coraggiosa, che aveva già
fatto il salto, e l’utilizzo della coppetta non mi sembrava in
verità così pratico ed indolore come poi tutte facevano credere.
Mi piacerebbe poter interagire una volta con un ministro e porre qualche domanda per vedere la reazione. Ma non so proprio come dare voce a questi miei desideri... Mi piacerebbe chiedere, per esempio, se un ministro ha mai visto lo scaffale di un precario e cosa ne pensa. Cosa penserebbe un ministro, di quelli che hanno detto tante sciocchezze anche umilianti sui precari del nostro tempo, a guardare lo scaffale di un precario? Un precario cambia spesso casa/camera, almeno ogni paio d’anni, vuoi perché trova lavoro in città diverse, vuoi perché trova lavoro in punti opposti della città, vuoi perché lo sfrattano sempre o non arriva a pagare l’affitto...
Chiamatemi Ismaele. Alcuni anni fa –
non importa quanti esattamente – avendo pochi o punti denari in
tasca e nulla di particolare che m’interessasse a terra, pensai di
darmi alla navigazione e vedere la parte acquea del mondo. È un modo
che ho io di cacciare la malinconia e di regolare la circolazione.
Ogni volta che m’accorgo di atteggiare le labbra al torvo, ogni
volta che l’anima mi scende come un novembre umido e piovigginoso,
ogni volta che mi accorgo di fermarmi involontariamente dinanzi alle
agenzie di pompe funebri e di andar dietro a tutti i funerali che
incontro, e specialmente ogni volta che il malumore si fa tanto forte
in me che mi occorre un robusto principio morale per impedirmi di
scendere risoluto in istrada e gettare metodicamente per terra il
cappello alla gente, allora decido che è tempo di mettermi in mare
al più presto. Questo è il mio surrogato della pistola e della
pallottola. Con un bel gesto filosofico Catone si getta sulla spada:
io cheto cheto mi metto in mare. Non c’è nulla di sorprendente in
questo. Se soltanto lo sapessero, quasi tutti gli uomini nutrono, una
volta o l’altra, ciascuno nella sua misura, su per giù gli stessi
sentimenti che nutro io verso l’oceano.
chi ha avuto e chi ha dato, è passato, è prossimo, ma è comunque passato. ed io vorrei dimenticarlo. scrivo nel mio inesistente blog ormai praticamente una volta l'anno per il consueto bilancio di fine anno. stavolta voglio farlo prima della fine. voglio che i bilanci, le scuse, le ammissioni di colpa, stiano a chiusura dell'anno e non alla sua apertura. vorrei aprire l'anno prossimo senza il carico di quello precedente. voglio scordare il passato. questo anno è stato troppo anche per me, per me che faccio buon viso a qualunque gioco, a qualunque sgarbo ed a qualunque errore. troppo. dire basta sarebbe semplice, e pertanto falso (come dice il mio coinquilino).
tanto stasera gna faccio a studiare. Ho bisogno di un pensiero felice, e mi torna in mente la città in cui ho vissuto l’estate scorsa, in cui torno questa estate...
[31-12-2009 spiaggia di mondello, palermo] anche questo capodanno è piovuto, con forza, violenza e determinazione. mi piace la pioggia del primo dell'anno.